D-FORZA: Geografia di un cambiamento per Napoli e la sua area metropolitana.Un racconto del Prof. Adriano La Femina, Geografo Liberamente ispirato al celebre film "Falling Down" con Michael Douglas

 D-FORZA: Geografia di un cambiamento per Napoli e la sua area metropolitana.
Liberamente ispirato a Falling Down (1993), interpretato da Michael Douglas
Geografia di un cambiamento: Napoli
Un racconto cinematografico
Una storia breve, intensa e leggibile, che segue il percorso di un uomo attraverso una città paralizzata, trasformando una giornata ordinaria in una riflessione sulla crisi urbana, l’identità e il desiderio di cambiamento.
Autore: Adriano La Femina Genere: Dramma Geopolitico / Satira Civica Anno: 2025




SCENA 1: L'INGORGO E IL RITO PROFANATO
(EST. MATTINA – VIA MARINA/CENTRO STORICO. SETTEMBRE 2015)
SEQUENZA INIZIALE: Un CAOS SONORO: clacson, urla, motorini. Il caldo di fine estate è soffocante. L’asfalto è incandescente. Siamo bloccati in un ingorgo mostruoso, all' uscita autostradale e pochi passi da Piazza Garibadi. 
DARIO ESPOSITO (50 anni, camicia impeccabile con giacca , occhi stanchi ma nervosi) è al volante di una utilitaria e batte le dita sul volante. Non impreca. Non urla. La sua rabbia è contenuta. 
DARIO (Sussurra a sé stesso, con voce quasi scientifica) Paralisi logistica. Ancora. Impossibile coprire meno di tre chilometri in quaranta minuti. Il collasso della rete urbana.Per curiosità, inserisce la destinazione sul navigatore del suo smartphone. Lo schermo si illumina freddo: mancano solo tre chilometri alla sua scuola, ma il percorso è segnato da una linea rosso scuro, densa e immobile. Il sistema stima trentadue minuti per coprire quella distanza irrisoria. Dario sospira, un soffio breve, quasi impercettibile.
Senza esitare, accosta. Manovra con precisione millimetrica e parcheggia l'autoveicolo direttamente sul marciapiede, a ridosso di una pompa di benzina abbandonata. Nota che altri veicoli hanno già occupato lo spazio in modo selvaggio; sa bene che rischia una contravvenzione, ma la consapevolezza è un pensiero secondario, archiviato con un colpo di freno a mano.
Scende dalla macchina, aggiustandosi i polsini della camicia con un gesto rapido. Il tempo è diventato una variabile troppo preziosa per essere sprecata nel traffico. Si guarda intorno per un istante: deve decidere se puntare verso la stazione della Circumvesuviana o cercare l'ingresso della metropolitana. Sa che, da quella posizione, entrambe le opzioni gli permetterebbero di raggiungere l'istituto molto più velocemente di quanto farebbe restando seduto al volante.
Si incammina a passo svelto, la schiena dritta, scomparendo tra la folla, lasciando la sua auto lì, sola, a sfidare il divieto.
La telecamera indugia sul suo viso. Non è rabbia, è una profonda frustrazione intellettuale. Torna indietro sui suoi passi verso la sua auto, recupera la ventiquattrore in pelle — la sua armatura quotidiana per affrontare i consigli di classe — e scrive rapidamente su un foglio: "Autoveicolo guasto. Torno subito, sto provvedendo a venirla a prendere. Prof. Dario Esposito". Lo incastra per farlo casomai notare sotto il tergicristallo all' interno dell' autoveicolo , usandolo come scudo preventivo contro un eventuale verbale, poi si volta e si dirige con passo deciso verso la stazione.
(EST. INGRESSO METROPOLITANA) Dario cammina velocemente e si ferma davanti a un bar tradizionale, quasi d'impulso. Ha bisogno di un caffè.
(INT. BAR AFFOLLATO) Il bar è saturo di turisti che fotografano il bancone. Dario si fa strada e ordina.
DARIO (Tono educato ma secco) Un caffè normale, per cortesia. E l'acqua che lui chiede come d' abitudine metà frizzante metà naturale..
Il BARISTA (giovane, con un sorriso professionale e svogliato) gli serve subito.
I DETTAGLI CHE LO SPEZZANO (Montaggio rapido):
La tazzina è nel BICCHIERINO DI VETRO, non di ceramica. Non è bollente, ma appena tiepida.
Non c'è un bicchierino d'acqua sul bancone.
Non ci sono i fazzoletti di carta..
Dario guarda le SFOGLIATELLE sulla vetrina.
DARIO (Sussurra a sé stesso) Bolzano. Tanti anni fa. Le compravo sullì Autogrill il giovedì quando arrivavano. Tre. Una nel freezer per l'odore. Per avere un po’ di casa nel frigo del Nord... (Torna al Barista) Scusami. La tazza non è bollente. E il bicchierino di vetro non te l'ho chiesto. E l'acqua? Non si dà più l'acqua qui?Di norma lo chiedete Voi baristi al cliente liscia o gassata?
BARISTA (Infastidito) Dottò, siamo in pieno centro. Non si fa più. E l'acqua, se la vuole, la prende al frigo. Il business...
DARIO (Indica le sfogliatelle) E queste? Sanno di poco. Non hanno l'anima. Sanno di congelato. Quelle che tenevo nel freezer a Bolzano avevano più gusto di queste alcune le conservavo anche solo per sentire l'odore quando mi mancava la mia terra.
BARISTA (Quasi a confidarsi, con cinismo stanco) Dotttò, ma che ve ne importa? Quella che vede... è congelata. Ma la diamo ai turisti. Loro non capiscono niente, fanno le foto e pensano sia la vera sfogliatella. Ci siamo adattati.
Dario chiude gli occhi. Ha perso il confronto con la sua memoria.
DARIO (Posa il bicchierino, disgustato. Tira fuori una banconota da 5 euro) Prenditi il resto. Non me lo bevo. È veleno. Chisto 'o pago io, pe' 'o prossimo che vene, chillo che 'o capisce. È 'nu cafè sospeso pe' 'a Napoli vera. Ma io, io nun 'o pozzo bevere. Non mi merito questa bugia. (Uscendo, parlando ad alta voce) Avete congelato l'anima di Napoli!  Napule è rimasta sul' 'a fotografia. 'A tazza s'è friddata, e pure 'a sfugliatella s'è agghiacciata.
SCENA 2: LA PARALISI LOGISTICA E L'INCOMPRENSIONE ETNICA
(EST. GIORNO – PIAZZA GARIBALDI. INTERNO METROPOLITANA. POI QUARTIERE POPOLARE.)
Il rumore del traffico si scontra con gli annunci metallici. DARIO è a PIAZZA GARIBALDI.
DARIO (Guarda un tabellone sbiadito della Circumvesuviana) La prima ferrovia d'Italia... un monumento al fallimento. E io, il Geografo Amministrativo, bloccato qui.
(INT. BANCHINA METROPOLITANA) La banchina è al limite. Il treno è SOVRAFFOLLATO. Una STUDENTESSA UNIVERSITARIA cerca di uscire e si accascia.
STUDENTESSA Non... non respiro... Scendo qui.
Dario osserva con orrore lucido. Cerca di salire, ma la folla lo RESPINGE.
DARIO (Ansimando) La città mi rifiuta. Mi sputa fuori. Non posso salire. Il consiglio di classe è fra poco.

(EST. STRADA – QUARTIERE POPOLARE)

SCENA 2 (Rielaborata): LA PARALISI E L'INTEGRAZIONE SPONTANEA

(EST. STRADA – QUARTIERE POPOLARE)

Dario taglia per i vicoli, cercando di recuperare il tempo perso. All’improvviso, un motore imballato rompe il silenzio del vicolo: un MOTORINO sfreccia radente al muro, invadendo il poco spazio rimasto sul marciapiede. A bordo c’è un uomo probabilmente PAKISTANO che guida con destrezza precaria; dietro di lui una donna probabilemnte la moglie e, incastrato nel mezzo, un BAMBINO PICCOLO. Nessuno di loro indossa il casco.

Dario si ferma di colpo per evitare l’impatto. Li guarda passare, ma la predica sulle regole civiche gli muore in gola prima di nascere. Sa bene dove si trova.

DARIO (Con un filo di voce, quasi un comando paterno): «Uè... andate piano. Almeno andate piano!»

L’uomo non si ferma, accenna solo un rapido cenno con la testa, un gesto di intesa muta mentre scompare tra i vicoli. Dario resta immobile a guardare il fumo dello scarico che si dissolve.

Da un lato, nel suo cuore di geografo e cittadino, sa bene che stare senza casco è un'illegalità ed è pericoloso ; dall'altro, prova una strana, quasi assurda, punta di piacere. In quel disprezzo delle regole ha visto un segno simbolico: si sono "napoletanizzati". Si sono fusi con il caos del quartiere, adottandone i vizi e la sfrontatezza.

Ricorda il bambino seduto in mezzo ai due pakistani e spera, quasi pregando tra sé, che un giorno quel piccolo possa sentirsi orgoglioso di questa terra che lo sta crescendo, senza però mai smarrire o dimenticare le sue radici asiatiche. È un'integrazione imperfetta, pericolosa, ma maledettamente vera.

Dario entra in un grande negozio cinese, uno di quegli empori sconfinati che sembrano labirinti di plastica e luci a LED. Gli serve un accendino, rimasto nell'auto insieme alla sua calma. Si avvicina al banco con il passo di chi cerca una risposta che vada oltre l'oggetto che sta per acquistare.
DARIO: «Scusi. Dove posso trovare un'edicola ?»
COMMESSA CINESE (In italiano stentato): «No... io non... no capito. Solo questo negozio.»
DARIO (Incredulo): «Siete qui da anni! Ma perché non parlate l'italiano? Come fate a vivere qui senza comunicare? Questa è Napoli! La comunicazione è il fondamento della sua identità!»
COMMESSA CINESE (Tono neutrale): «Vendo. Prendo soldi. Basta.»
Dario esce dal negozio. La sensazione di alienazione è totale, un vuoto che lo colpisce in pieno petto.
DARIO: «D-FENS... Difesa. Ma cosa devo difendere? Le regole non esistono, il caffè è veleno, i napoletani si sono ritirati. La mia città è una simulazione senza codice civico.»

SCENA 3: IL GEOGRAFO MILITANTE E LA RESISTENZA ISTITUZIONALE

(INT. GIORNO – SCUOLA SUPERIORE. CONSIGLIO DI CLASSE – ORE 15:30)

L’istituto, dignitoso all'esterno, rivela dentro i segni di una manutenzione stanca: bacheche ingiallite e muri che chiedono una mano di bianco. Dario entra nell'aula del consiglio, il respiro ancora corto per la camminata.

DARIO (Con sottile ironia): «Scusate il ritardo. La logistica urbana ha deciso di testare la mia resistenza fisica. Sono venuto a piedi, ho rinunciato alla vesuviana.

DIRIGENTE SCOLASTICO: «Professore Esposito, si accomodi. Stavamo appunto analizzando le priorità didattiche per l'anno in corso.»

Dario si siede, ma il suo sguardo scansiona l'aula come un radar. La LIM è un rettangolo di plastica spenta, i cavi penzolano come liane. Cerca le lavagne di ardesia, quelle su cui il gesso lascia un segno che resta nella memoria, ma non le vede. Soprattutto, vede pareti nude.

DARIO (Interrompendo, con tono fermo): «Preside, una domanda tecnica. Dove sono le carte geografiche? Non ne vedo una . Com'è possibile spiegare la geopolitica o il territorio su pareti bianche?»

COLLEGA (Sospirando): «Eh, Professore... i fondi sono quelli che sono. Ormai è tutto digitale, dicono.»

DARIO (Scuotendo la testa): «Il digitale non sostituisce la visione d'insieme di una carta murale. E guardi che non è un problema solo di Napoli. Anche al Nord, a Como, e Bolzano, ho trovato classi quasi deserte. Ovunque sono andato, ho dovuto passare le settimane prima dell'inizio delle lezioni a fare l'inventario, a recuperare carte dai depositi, a creare archivi dal nulla. E dove lo Stato non arrivava, le ho comprate di tasca mia o portate tramite le mie Associazioni. La Geografia non è un'opzione, è la base del pensiero critico!»

DIRIGENTE SCOLASTICO (Abbassando la voce, quasi in un tono confidenziale): «Professore, apprezzo la sua... militanza. Lo sappiamo che lei è un uomo di azione. Ma qui la burocrazia è una palude. Faccia così: prepari lei una richiesta formale, un protocollo dettagliato per l'approvvigionamento. Usi la sua "autorità" scientifica per forzarli. Se lei mette la firma, io la appoggio. Qui ci arrangiamo, ma se qualcuno guida la carica, lo seguiamo.»

Dario guarda fuori dalla finestra, verso i palazzi del quartiere. Sente il peso di una missione che non ha confini regionali.

DARIO (Tra sé e sé, con un sorriso sottile che gli illumina lo sguardo): «La mia cattedra è qui. Metterò io le carte sulle pareti, proprio come facevo al Nord. Spero solo che stavolta i collaboratori scolastici non facciano storie... già li sento: "Professò, sul cartongesso non si può appendere niente, cade tutto". Non sanno che un geografo trova sempre il modo di far reggere il mondo, anche su una parete sottile.»

(Si avvia verso l'uscita, ma si ferma un istante a guardare la rampa di scale che porta ai piani superiori.)

DARIO: «E se proprio le pareti tradiscono, vorrà dire che userò il solito carrello, come ho già fatto mille volte. Me le porterò dietro di classe in classe, come un ambulante della conoscenza. L'unico problema saranno i piani della scuola... spero che almeno l'ascensore funzioni, altrimenti questa geografia diventerà anche un esercizio di sollevamento pesi.»

(INT. CORRIDOIO SCUOLA – POCO DOPO IL CONSIGLIO)

Dario sta per dirigersi verso l’uscita quando un COLLEGA, che lo ha visto rientrare dal Nord due anni prima, lo affianca con un sorriso quasi di sfida.

COLLEGA: «Allora, Dario? Ti sei adattato finalmente? Sei tornato nella tua terra da due anni, ormai dovresti aver ripreso il ritmo...»

DARIO (Si ferma, guardandolo con una lucidità tagliente): «Adattato? Vedi, caro collega, il problema non è il ritmo, sono le condizioni. A Bolzano in Provincia Autonoma, dove sono rimasto per tanti anni, la Provincia mi dava contributi concreti per l’affitto. Addirittura, dopo cinque anni di residenza, mi proponevano l'acquisto di un appartamento con circa sessantamila euro di fondo perduto. Capisci? Sessantamila euro.»

COLLEGA (Sconcertato): «Addirittura? Ma qui siamo al Sud, c'è il calore, c'è...»

DARIO (Interrompendolo): «Il calore non paga le bollette né garantisce un futuro. Non è affatto vero che tornare a Sud sia conveniente, è una scelta che costa cara. Anche a Como, dove la Lombardia ha uno statuto ordinario proprio come qui, la vita era dura, certo, ma c'era una prospettiva: avrei preferito fare il frontaliere, insegnare in Svizzera e vivere con un’altra organizzazione. Rivendico quegli otto anni a Bolzano non per nostalgia, ma per realismo geografico. Lì ero un cittadino supportato dal sistema; qui, sono un geografo che deve lottare pure per una carta murale.»

DARIO
(Con tono riflessivo, quasi clinico)
Vedrài… tra poco arriva. Il freddo.

COLLEGA

(Sorpreso)
Freddo? E che c’entra adesso?

DARIO

C’entra tutto. L’inverno arriverà anche qui.
(Pausa)
A Bolzano, almeno, gli altoatesini si preparano. Saune, bagni turchi… piscine calde aperte fino a quasi mezzanotte, in molti comuni.

(Dario accenna un sorriso amaro, scuotendo la testa.)

DARIO

Qui no. Qui abbiamo le terme, certo… Terme di Contursi, Terme di Pozzuoli, Ischia… ma sono care. Non sono per tutti.

(Si sistema la giacca, lo sguardo si fa più duro.)

DARIO

E allora il freddo resta. Umido. Ti entra nelle ossa.
(Pausa breve)
Lì è secco… lo controlli. Qui lo subisci.

(Guarda il collega negli occhi, con una lucidità quasi spiazzante.)

DARIO

Sono abituato, sa? Ma lo soffro più qui.

Dario non aspetta risposta. Si gira e si allontana lungo il corridoio, il passo deciso, lasciando il collega immobile.

(Dario si aggiusta la giacca, lasciando il collega senza parole, e si avvia verso le scale.)



SCENA 4: LA NEGAZIONE  E LA RABBIA
(EST. POMERIGGIO – PIAZZA DEL PLEBISCITO / VIA ACTON)
Dopo i consigli di classe Dario si congede una sigaretta fuori la scuola e poi cammina. Il passo è quello di chi non ha una meta e  più un tempo. 
Arriva a Piazza del Plebiscito e nota un gruppo di STUDENTI UNIVERSITARI seduti sui gradoni, impegnati a guardare schermi luminosi tra una risata e l'altra. La loro apparente spensieratezza, per lui, è l'ultima goccia.
Li osserva per un istante, poi si avvicina come un predatore accademico. Nella sua mente scorrono le aule di Bolzano, dove faceva tradurre i diritti umani in tedesco, e quelle di Como, dove la lingua lombarda diventava esercizio di identità. Ma qui, a casa sua, sente il silenzio della dimenticanza.
Si ferma davanti a loro, estrae lo smartphone e apre una pagina con una luce fredda. Glielo accosta agli occhi, quasi a volerli svegliare.
DARIO: Ciao ragazzi è un esperimento scientifico «Leggete qui. In italiano lo sapete, no? "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti". È l'Articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ora, per favore, traducetelo nella vostra lingua. Datemi la voce di questa terra!»
Gli studenti fissano il telefono, smarriti. Si guardano l'un l'altro, balbettando parole mozzate, inciampando sui termini. Provano a tradurre "dignità" e "fratellanza", ma ne esce un dialetto sbiadito, un suono povero e stentato che non ha la forza della storia. Non riescono a finire la frase.
DARIO (Urlando): «Non lo sapete fare! Non sapete tradurre la libertà nella vostra lingua! L’articolo 1 dei Diritti Umani in napoletano... la lingua di un territorio non è più vostra! Vi siete fatti scippare l'anima!»
STUDENTE 1: «Ma siete un prof,? o cosa?  che volete... oggi tutto il mondo parla uguale, è la globalizzazione e in più siamo fieri di essere italiani OLTRE CHE NAPOLETANI.»
DARIO (Fuori di sé): «Uguale a cosa? Siete alla Federico II e avete celebrato Geolier! Ma Pino Daniele? Massimo Troisi? ... Io ve lo dico onestamente, non sono nemmeno un loro fan accanito, non sono uno di quelli che vive dei loro miti per fanatismo. Anche se non Loro non hanno mai avuto un dottorato honoris causa da voi! Celebrate il luccichio effimero e ignorate i giganti che hanno dato anima e dignità a questo posto! Avete barattato i poeti con i follower!»
Dario scappa via, nauseato. 

Dario si allontana a passo rapido, il respiro ancora teso. Le voci degli studenti si dissolvono alle sue spalle. Per un attimo rallenta, abbassa lo sguardo.

DARIO (V.O.)
Forse… non è nemmeno colpa loro.

(Pausa. Il tono si fa più analitico, meno rabbioso.)

DARIO (V.O.)
Il napoletano lo capiscono. Lo parlano. Ma non lo studiano. Non gli è mai stato insegnato davvero.

(Alza lo sguardo, come se vedesse un’istituzione invisibile davanti a sé.)

DARIO (V.O.)
Dovrebbe essere la Regione a prendersi questa responsabilità. Un’ora di lingua napoletana. In tutte le scuole. Di ogni ordine e grado.

(Pausa breve, quasi amara.)

DARIO (V.O.)
Una lingua senza scuola è una lingua che si consuma.

(Dario riprende a camminare, più lento, più pensieroso. La rabbia si è trasformata in qualcosa di più profondo: una diagnosi.)

DARIO (V.O.)

Ecco perché a Bolzano funziona.

(Pausa. Il tono è quasi didattico, ma attraversato da un filo emotivo.)

DARIO (V.O.)

Le scuole sono divise. Tedesco. Italiano. E perfino ladino.

(Un accenno di sorriso, appena percettibile.)

DARIO (V.O.)

Il ladino… una lingua antica, romanza. Ci feci pure domanda, anni fa. Volevo insegnare lì.

(Dario rallenta leggermente, come se stesse tornando indietro nel tempo.)

DARIO (V.O.)

Mi iscrissi anche a un corso. Per capirla davvero.

(Pausa. Il ricordo si fa più vivido.)

DARIO (V.O.)

E sai qual è la cosa che mi colpì? I numeri… così simili al napoletano. Quasi fratelli lontani.

(Si ferma un istante, guarda davanti a sé.)

DARIO (V.O.)

Lì li studiano. Li proteggono. Li insegnano.

(Il volto si indurisce di nuovo, ma senza rabbia: è constatazione.)

DARIO (V.O.)

Qui no. Qui li lasciamo vivere…

Dario riprende a camminare, inghiottito dal flusso della città.




SCENA 5: IL SOGNO E LA SBARRA
(EST. TRAMONTO – MOLO BEVERELLO )
Scendendo verso Via Acton, si ferma di colpo davanti ai murales di Maradona. Nonostante il caos che lo circonda, il suo sguardo cambia: da tifoso orgoglioso, osserva con devozione gli occhi di Diego, sentendo che in quel volto dipinto risiede l'unica immagine vera, l'ultimo baluardo di una dignità non ancora svenduta.
Si avvicina e, con un gesto quasi sacro, tocca con la mano il volto del Pibe de Oro. Lo guarda fisso nelle pupille dipinte e un pensiero amaro gli attraversa la mente: Diego non può e non deve essere l'unico orgoglio di questa città. Non basta sbandierare la sua immagine per sentirsi a posto con la coscienza. Dario è convinto che, se potesse parlare, anche Maradona lo direbbe: una città non vive di un solo mito, ma della cultura e della lingua che i suoi figli stanno dimenticando.
Rincuorato da quell'unico punto fermo, ma con il peso di questa consapevolezza, si dirige verso il mare, cercando nell'orizzonte una verità che la terraferma sembra aver dimenticato.
Dario cammina verso il mare. Il sole sta calando, tingendo il Golfo di un arancione bruciato che trasforma Napoli in un miraggio. Si ferma un istante a guardare l'orizzonte: da quella prospettiva Ischia, Procida, Capri, la Penisola Sorrentina , l' area dei Campi Flegrei e il Vesuvio sembrano formare un unico, immenso arcipelago. Non vede solo isole e penisole , vede una visione: l’intera Città Metropolitana unita in un unico destino.
Sotto il braccio stringe il libro "Milano Città Stato". Ripensa alle conversazioni avute con l’ideatore, Andrea Zoppolato, e al sogno di applicare quel modello a Napoli. Immagina Napoli come le grandi eccellenze del mondo: Singapore, Hong Kong, Berlino o Mosca. Una Napoli autonoma, efficiente, padrona della propria millenaria cultura.
Ma il sogno viene interrotto bruscamente dalla realtà del marciapiede.
Mentre percorre la strada che costeggia il porto verso il Molo Beverello, dove sa che si terrà l'evento del Rotary Club (di cui è socio e a cui è stato formalmente invitato), il suo occhio cade su un pericolo imminente. Una sbarra di ferro arrugginita, lunga e contorta, sporge pericolosamente sul ciglio della carreggiata. È un residuo di cantiere dimenticato, una trappola che potrebbe far cadere motorini o ferire i passanti.
Dario non ci pensa due volte. Con un gesto di puro senso civico misto a stizza, la raccoglie. Non può lasciarla lì. Inizia a camminare verso l'ingresso dell'evento con la sbarra in mano, stringendo ancora l’opera di Zoppolato.
DARIO (V.O.): «Napoli Città Stato... un sogno di ordine e bellezza in un arcipelago di ferite. Ma come si può costruire una metropoli internazionale se non riusciamo nemmeno a togliere un ferro vecchio dalla strada?»
Dario arriva all'altezza del controllo scorta, dove è prevista anche la presenza del Procuratore Gratteri. La sua figura è surreale, quasi donchisciottesca: un uomo in camicia impeccabile e in giacca, con un libro di geopolitica d'avanguardia sotto un braccio e un palo arrugginito nell'altra mano, che trascina quasi fosse un bastone cerimoniale o una croce laica. Non gli importa del cerimoniale del Rotary: oggi la sua divisa è la sua coerenza.
SCENA 6: L'ULTIMO CONFRONTO E LA TESI DIFENSIVA
(INT. EVENTO ROTARY – MOLO BEVERELLO. NOTTE)
La SCORTA DEL PROCURATORE GRATTERI vede Dario da lontano. Un uomo che cammina verso il cuore dell'evento con un palo di ferro in mano. La tensione sale istantaneamente. Prima di varcare l'ultima soglia della sala convegni, Dario si rende conto dell'assurdità del palo. Cerca un cestino, ma è troppo grande. Lo appoggia con un rumore metallico contro una colonna di pietra, proprio all'ingresso, in piena vista della sicurezza.
Dario entra. È agitato, suda, ha gli occhi di chi ha visto il deserto. Individua il Procuratore NICOLA GRATTERI e punta dritto verso di lui.
DARIO Procuratore Gratteri! Deve ascoltarmi. È una questione di vita o di morte per questa città.
Gli uomini della scorta lo bloccano immediatamente. Dario non oppone resistenza fisica, ma le sue parole sono proiettili.
DARIO Avvolte Napoli viene vista come una scacchiera per la Camorra come hanno fatto negli anni molte fiction come Gomorra e Mare fuori ! Ma il vero male è la paralisi amministrativa! La morte dell'identità! Ci stanno rubando la geografia sotto i piedi!

GRATTERI (Fissa Dario, colpito dalla sua intensità non violenta) Lasciatelo. Chi è lei?
DARIO (Gli porge il libro con forza) Sono Dario Esposito, un geografo che non vuole più vedere sfogliatelle congelate e scuole senza mappe! Legga questo! È la mia tesi finale! L'unica via è Napoli Città Stato! Dobbiamo ricomprarci la nostra autonomia!
Interviene un responsabile del Rotary che riconosce Dario. RESPONSABILE Procuratore, scusi...è un nostro socio. È un geografo ha scritto diversi libri anni fa è stato anche Prefetto di un Rotary club alle falde del Vesuvio. 
Gratteri prende il libro. Guarda Dario, poi guarda fuori, verso il mare nero del Molo. Dario viene accompagnato fuori, esausto ma calmo.
SCENA FINALE: IL SEME DEL DUBBIO
(INT. AUTO BLINDATA DEL PROCURATORE – NOTTE)
L’auto blindata scivola silenziosa tra le strade di Napoli, illuminata dai lampi bluastri dei lampioni. Il PROCURATORE GRATTERI è seduto sul sedile posteriore, avvolto dalla penombra dell'abitacolo. Apre il libro che quel geografo ostinato gli ha consegnato con tanta foga.
Sulla prima pagina, legge la dedica scritta a mano:
“Procuratore, la mia città è morta di burocrazia. L'unica via contro il crimine è un'amministrazione forte e autonoma. Ci serve lo scudo di una Città Stato. Dobbiamo solo slegarci.”
Gratteri alza lo sguardo verso il vetro antiproiettile. Osserva i vicoli che scorrono via, le ombre dei palazzi nobiliari e il disordine delle periferie. Un sorriso sarcastico, appena accennato, gli increspa le labbra. Ripensa a quel geografo con la sbarra di ferro in mano, un’immagine che in qualunque altra città sarebbe sembrata follia, ma non qui.
GRATTERI (A sé stesso, con voce sottile): «Napoli... Città Stato. In fondo, in questa terra è già successo tutto. È stata Ducato, è stata Regno, Capitale e Capoluogo. Ha cambiato pelle mille volte...»
Sfoglia un’altra pagina del libro di Zoppolato. Il motore dell'auto romba cupo mentre imboccano l'autostrada, lasciandosi alle spalle le luci del Golfo.
GRATTERI: «Forse... forse non è solo fantasia....
L'auto accelera e scompare nel buio della notte.
FINE.


"Questo racconto è un'opera di fantasia. Sebbene compaiano personaggi pubblici realmente esistenti, i fatti, i dialoghi e le situazioni descritte sono frutto dell'immaginazione dell'autore e hanno finalità esclusivamente narrative e di satira civile."

“Il riferimento a figure istituzionali ha esclusiva funzione narrativa e simbolica, senza attribuzione di posizioni personali.”

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